martedì, aprile 23, 2019
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Cattivi in Serie #12: BoJack Horseman e la depressione

ATTENZIONE: SPOILER su tutte e tre le stagioni

Questa rubrica è stata creata per parlare dei grandi villain seriali che ci troviamo ad affrontare durante le nostre svariate ore di tv, ma questa volta variamo un po’ seguendo un’espressione clichè che sa di film di Spielberg anni ’80 che recita che il nostro peggior nemico è dentro di noi.

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Ed è proprio questo il caso di BoJack Horseman, ex attore famoso, 50% uomo e 50% cavallo, 100% depresso.
Lui ha tutto, o potrebbe aver tutto: ha un mucchio di soldi che gli concedono una vita agiata, ha ancora una certa celebrità che può spendere in più modi – dal semplice approfittare del suo nome per trovar posto in qualsiasi ristorante al poter tornare sulle scene attoriali quando vuole – ha una fidanzata che è anche suo manager e prova a prendersi cura di lui sia come persona che come attore, ha un paio di buoni amici, ecc…

BoJack, visto dall’esterno, è un privilegiato, uno di quei classici attori una volta sulla cresta dell’onda che se trovati morti di overdose in uno dei bagni del loro villone vengono catalogati con un “eh, i troppi soldi gli hanno dato alla testa”. Non per dire che, per quanto ne sappiamo noi, non siano accaduti casi del genere, ma non è questa la storia che Raphael Bob-Waksberg vuole raccontare.
Quello che vediamo è un uomo (ok, mezzo cavallo/mezzo uomo) chiuso in un loop, scontento di come sta procedendo la sua vita e che si disprezza non tanto (non solo) per il vivere come un barbone in casa sua con sprazzi di lucidità tra una sbronza e l’altra, ma perché oltre alla successione di sbronze nella sua vita non c’è nient’altro.
Dalla conclusione di Horsin’ Around lui non ha fatto più nulla e, quello che è ancora peggio, non ce la fa a fare nient’altro. Le occasioni gli volano ovunque, Princess Caroline è efficiente nel suo lavoro, ma lui LETTERALMENTE non ce la fa. Facile, almeno all’inizio, scambiarla per pigrizia, ma la realtà è che il suo non farcela deriva proprio dal male nero, la depressione.

Anche durante gli anni da star di Horsin’ Around BoJack non era una persona morigerata, alcool, droga, donne, tutti i vizi hollywoodiani classici li aveva, ma rimaneva funzionale perché aveva un fine, uno scopo, era un attore in una sitcom di scarsa qualità  ma di grande successo e quel mondo dorato di telecamere e riflettori gli permetteva di  rimanere attivo, di riempire quel vuoto interiore. I problemi seri sono cominciati l’istante in cui Horsin’ Around è stata chiusa e i riflettori si sono spenti, da quel momento BoJack è rimasto da solo con se stesso e in quell’abisso personale si è perso.

Come gli dice anche la madre (a cui va la maggioranza della colpa) lui è BoJack ed è nato rotto e non può fare niente per cambiarlo se non tenersi occupato e far finta che quel suo mal di vivere venga attutito dagli impegni quotidiani. Soluzione, come prevedibile, temporanea. BoJack è profondamente insoddisfatto e nemmeno lui sa il perché.

Decisamente è un ciclo auto distruttivo quello seguito da BoJack, quasi frustrante da vedere perché più volte è vicino allo stare meglio, al rimettersi in riga, e regolarmente crolla di nuovo. Ed è proprio quello che rende un personaggio animato metà uomo e metà cavallo così realistico: ripetere più e più volte gli stessi errori alla fine dei conti non è la definizione di follia, ma – tristemente – di profonda umanità.


E anche vedere questo ciclo, lui ai party poi chiuso in casa poi prova a scrivere un libro poi disoccupato poi torna a recitare nel ruolo dei suoi sogni poi però fallisce (e così via) è anche una buona rappresentazione di come la depressione funziona, che non equivale ad essere sempre tristi, così come le persone depresse non sono tutti la versione umana di teneri ed indifesi cuccioli bastonati, possono anche essere persone arroganti, egocentriche e tossiche come BoJack.
E la sua insoddisfazione non è nemmeno questione di realizzarsi, lavorativamente riesce ad essere preso come Secretariat e si vede nominato all’oscar per quel ruolo a cui tanto teneva, tra Todd e Diane ha due buoni amici, sentimentalmente per un po’ si mette con una fidanzata che gli vuole bene, tutto ciò esclude il classico hollywoodiano “troppo lavoro, sei infelice perché ti mancano gli affetti reali”.

La causa di questo suo potere ma non riuscire ad apprezzare ciò che ha, provarci e fallire continuamente, è proprio il mostro della depressione in atto, questo orribile filtro che ovatta la percezione della propria vita e spegne le persone dall’interno.

 

E certo, non saremo star di Hollywood, ma siamo anche noi occidentali mediamente privilegiati con #firstworldproblems (quante volte è stato rinfacciato a noi giovani millennials) e per quanto non depressi comprendiamo bene il senso di apatia, frustrazione e vuoto che deriva dall’avere tutte le porte potenzialmente aperte ma che non riusciamo ad aprire per vari livelli di dubbi su se stessi ed auto sabotaggio o, semplicemente, perché siamo ancora alla ricerca di chi siamo e di cosa potrebbe farci sentire realizzati e (utopia delle utopie) felici.
Ricerca che, come BoJack ci dimostra, probabilmente non verrà mai davvero completata, ma da cui è impossibile esimersi.

Commenti

Agostina Russo
La mia vita è un pendolo tra la comunicazione politica e le serie tv. Potete trovare le mie opinioni non richieste su quest'ultime su School of Telefilm e ancora di più su Twitter @tinagoTV. In breve, la versione reale di Ben Wyatt: tv-geek, aspirante campaign manager, human disaster.
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