martedì, aprile 23, 2019
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Recensione The Walking Dead 8X04 “Some Guy”- Tina Modotti

Ci sono cose che non smettono di esistere solo perchè non accadono come e quando vorremmo noi, sensazioni che sono nascoste, effluvi che si bramano ancora. Come l’odore della terra che si alza e ti avvolge alle prime gocce di un temporale in agosto, o il senso di pace in una notte serena. Sai che esistono, che non sono solo suggestioni nascoste nei ricordi.
Aspetti, alzi il naso all’insù e poi d’un tratto, eccolo… Quell’odore arriva e quasi dimentichi quanto lunga è stata l’attesa.
“Some Guy” è la pioggia d’agosto, quella che lava via la fatica del caldo asfittico, quella che preannuncia la pace di una notte serena.


The Walking Dead è tornato, e non perché ci siano finalmente i vaganti (con mirabili primi piano ad omaggiare lo stile e le inquadrature di Romero), neppure perché si spara, si muore…
Ritroviamo una forma che è la sostanza dello show, la ratio ultima di storie nelle storie.
Ritroviamo la nudità dei personaggi di fronte a sè stessi, ai propri limiti umani.
Ritroviamo una scrittura capace e potente in grado di sorregere pieghe emotive vigorose. Ritroviamo una forma asciutta di cesure e ripartenze sincronizzate, ed il calore della realtà spogliata da ogni retorica.
Tutto è perfetto quando ogni musicista ha davanti lo stesso spartito, quando ogni strumento intona la sua nota iniziale al momento giusto, quando il crescendo non perde di vigore in nessuna delle sue parti ed è sostenuto graniticamente da ogni elemento a supporto.
E’ proprio questa l’immagine che mi è rimasta negli occhi dopo quei quaranta e rotti minuti di puntata: un accordo perfetto. Ora mi chiedo se è il regista della puntata ad aver fatto onestamente il suo lavoro, se finalmente lo stage degli studenti di sceneggiatura sia finito, se al montaggio abbiano smesso di bere…insomma tutte le stronzate condensate in tre puntate disastrose sono magicamente evaporate. Ora che alla AMC si sono dati alla morigeratezza dei costumi, possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo.

Già nella scorsa puntata ritroviamo la trama circolare, ma solo ora è di nuovo il cardine attorno a cui si sviluppa un filo sottile che collega ogni parte della storia, in quel doppio piano, sincronico e diacronico, che aveva sempre avuto il merito di creare un racconto onesto, al di là della cifra stilistica dello script.

Ezekiel si è letteralmente elevato al suo rango, in un discorso dai contorni Sheakspeariani, lavato da quella retorica indistinta che fin’ora lo aveva caratterizzata. Il suo percorso interiore parte dall’ammissione di essere sfuggito al destino che lui stesso si era costruito. Il tono dell’”Eppur sorrido” in un discorso fatto per sé e per un intero popolo ( e non solo figuranti stupidamente sorridenti), ha il sapore amaro della consapevolezza che non potrà onorare le sue promesse, che non torneranno tutti vivi.

La paura ha un peso avvolgente, ne deturpa i tratti. Il sorriso che declama è solo una smorfia che neppure tenta di nascondere.
Il senso di quello che solo quest’uomo è riuscito a crasre si apre sotto i nostri occhi solo ora. Pulita la scena dalla melensità del paradiso in terra, sgombro dalla inutile colonna sonora rinascimentale, da macchietta si è trasformata finalmente in una realtà dura. Affetti e tentativi di resistere ad un mondo finito che si prepara a lottare e a perdere sangue e illusioni.

La puntata è costruita magistralmente accompagnando con note isteriche tutto il viaggio verso l’inferno del solo che era rimasto a galla. L’avanzata verso l’avamposto di tutta la truppa monarchica , finisce miseramente sotto i colpi pesanti dei Salvatori e si frantuma in una miriade di pezzi anatomici.

Ed inizia la magia… lo sconforto, il dolore ed il senso di colpa per aver portato i suoi fratelli al massacro devono presto lasciare il posto al terrore per l’essere circondato, solo, ferito e indifeso da un’intera mandria fresca di trasformazione. Questi passaggi emotivi sono indispensabili alla trama, ne sono il sostegno principale. E poi arriva il terzo elemento, il Salvatore: il discorso del ragazzo che scopre definitivamente tutti i nervi di Ezekiel buttandoci sopra quintali di cinismo e realtà, peggio che se si trattasse di sale. Un vortice perfetto che si sussegue con precisione ad innescare il climax ascendente del racconto tragico.


Ezekiel inizia così ,un passo alla volta verso quel cancello, a perdere brandelli di sé, come Rick prima di lui, e Glenn e Sasha…fino alla fine del suo viaggio e all’ammissione di essere solo un uomo i cui amici hanno sacrificato la propria vita perchè la sua potesse continuare, senza però un reale motivo. Denudato delle sovrastrutture che pure hanno reso possibile la costruzione del Regno, Ezekial sente il peso del fallimento ancor di più col sacrificio di Shiva. Ora anche lui ha perso tutto e dovrà essere pronto a ricostruire o soccombere (al dolore? Alla rabbia?). Non ha più nessuno a ricordargli di essere il re. Il re è morto insieme alle sue truppe, quello che torna è un uomo solo, ferito, fallito, soffocato dallo stesso mondo che lo aveva salvato.
Benvenuto Ezekiel, tra i morti che camminano. Ora sei il Re.

 

Carol and The King si rivelano specchi, simmetrici ed identici nel giorno della fine delle illusioni. Perchè in fondo in questo show, che si parli di amore o morte o resilienza o disfatta o rivalsa, ogni giorno un’illusione svanisce, finchè non rimarranno solo… cosa?
Se qualcuno avesse ancora dubbi sul ritorno di Lady Carol, beh, siamo salvi. La macchiana da guerra più spietata e astuta è tornata in città. Una risolutrice, fredda nelle valutazioni come una macchina, in grado di elaborare un piano perfetto guardando solo un controsoffito, solo un bottone per l’apertura automatica e trasformare in soluzione, un paio di caricatori ( quanta eleganza e amore ha messo nell’accarezzare il caricatore mentre lo estrae dalla sua automatica per sostituirlo!).
E poi il gran finale che di nuovo strizza l’occhio a the fast and the furious con la premiata ditta del Boss col suo braccio desrto…Signori siamo ancora salvi. Ancora non è calata la notte sull’alba iniziata con la 8X01, ma il loro sporco lavoro l’hanno fatto tutti. Che cali finalmente la notte allora, per dare riposo ai sopravvissuti e ai giusti, chiunque essi siano.

 

P.S. Sarei tentata di dare un giudizio, ma ho fatto una promessa e “la parola di un uomo ( o di una donna), vale ancora qualcosa in questo mondo” cit. Rick Grimes

 

P.P.S. L’onore delle armi va a Jerry l’alabarda più feroce dell’Est, grazie alla quale abbiamo avuto anche uno splendido “spaccato” del Salvatore figlio di Stephen King.

 

P.P.P.S. Sangue, budella, vaganti e pezzi di cadaveri ovunque…voi sì che sapete come far felice una ragazza!

 

 

GRAZIE A :

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