mercoledì, marzo 20, 2019
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Bandersnatch, Westworld e gli opposti labirinti

Certamente Bandersnatch era tra le grandi attese di fine anno. L’elemento cardine che l’ha resa un vero e proprio fenomeno, un delirio collettivo, certamente è la possibilità di essere parte attiva dello sviluppo della trama, tramite la possibilità data allo spettatore di interagire direttamente sulla narrazione.

Ma davvero Black Mirror avrebbe potuto smentire se stessa, snaturare la ratio stessa della serie, cedendo il controllo? Certamente no!

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L’episodio speciale del 28 dicembre ha confermato la sua volontà di mostrare come una semplice, apparentemente innocua  possibilità di aprire ad una novità tecnologica con lo scopo di intrattenere, sia in realtà una trappola.

Al primo “Torna indietro”, ho deciso di non effettuare una scelta, facendo andare l’episodio nella direzione che Netflix aveva deciso. A quel punto ho deciso di evitare la trappola, di decidere dove far approdare la narrazione tramite percorsi che avrebbero limitato i vicoli ciechi. La via più breve verso l’uscita del labirinto.

Ho scelto la consapevolezza che in questo gioco non si è mai parte attivi. A questo punto, l’unica era quella di percorrere vie logiche per un’uscita in tempi ragionevoli (40 minuti, una puntata media).  Tentando di continuare nell’equivoco di direzionare la narrazione, scelta dopo scelta dopo scelta, dopo ritorni indietro, riavvolgimenti, sarei stata imprigionata in un meandro.

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Il protagonista di Black Mirror è lo spettatore, che si ostina a credersi libero, mosso da libero arbitrio, mentre viene portato in giro in un percorso arzigogolato, rischiando di fare la fine di Jack Torrance.

E qui viene il bello. Come dicevo mi sono trovata davanti un solo vicolo cieco, e mi sono ricordata in quel momento (complice anche il sistema di programmazione degli anni ’80 in cui ci catapulta lo Schermo Nero) al ricordo della prima lezione  di informatica alle scuole medie ( ho un’età!). Il professore ci disse: “Il diagramma che serve per la programmazione è in pratica un labirinto. Ha un ingresso, una serie di strade che non portano a nulla, alcune lunghe che ti portano all’uscita. Altre che ti portano ad un’uscita diversa.”

Un labirinto in cui non esiste libertà di scelta reale, una scacchiere in cui sono contemplate solo mosse preordinate. In Bandersnatch non c’è libertà di scelta. Hai in mano il joypad per muoverti in un labirinto in cui sei imprigionato. Vieni portato a spasso da un Joypad più grosso.

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La spasmodica ricerca delle linee narrative, dei finali alternativi, dei fantomatici golden eggs, sono la vittoria della tecnologia sull’uomo, sono la porta che si apre definitivamente ed inghiotte chi si trova dall’altra parte dello schermo.

Lo spettatore non solo non è attivo, soprattutto è schiavo di un meccanismo e compie, come un criceto da esperimento, scelte non sue. Diversamente dal labirinto di Westworld, cuore dell’autodeterminazione, della possibilità di autodefinizione ed autocoscienza addirittura di una macchina, in Bandersnatch addirittura gli uomini diventano macchine, oggetti ed elementi privi di volontà. Autosacrificandosi, nel delirio della nuova opzione da scegliere, ad una divinità mitologica dalla testa di Leone. Tutto questo mentre al di là dello schermo, ce lo ripetono in tutte le salse. Ci avvertono come possono: la vera storia di Bandersnatch, l’ episodio più angosciante e brutale  della serie, non si consuma al di là dello schermo, ma dalla parte dello spettatore.

Ancora una volta, lo schermo nero, ci ha inghiottitti e digeriti. Come farebbe il Minotauro del labirinto. Come farebbe l’annientatore della volontà.

A voi la scelta…

 

P.S. di come e’ morta tua madre non me ne può fregare di meno, e inutile che continui a chiedermi se voglio saperlo

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tmodotti
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